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Caro 2020

Caro 2020, vorrei raccontarti una storia. Ti ricordi all’inizio, quel tuo primo gennaio? No? 

Allora te lo ricordo io. Avevi un buon profumo, sembravi un anno di cui fidarsi, un anno che avrebbe potuto avere delle buone prospettive confronto al tuo precedente, che mi finalmente faceva intravedere un po’ di leggerezza. E sulle prime, dai, ce l’hai quasi fata. Il corso in India con il  dr. Bhole, saggezza e studio, amicizia, condivisione, il restare nei centri Samparc con Lucilla e la mitica dottoressa Pomposelli. Il  rientro e la partenza per la settimana bianca con mie nipoti, leggerezza, famiglia affetti. E poi…

Il 7 marzo il primo raffreddore, che non passa, le notizie sempre più inquietanti dalla televisione, LOCK DOWN, una nuova parola, mascherine, virus, morte. E il raffreddore peggiora e allora comincio a sospettare, arriva la tosse, arrivano i tremori, la stanchezza infinita, la solitudine è l’inquietudine. Le inutili telefonate per capire se potevo avere il virus. Le continue telefonate di tutti per  sapere come stessi e per capire quali potevano essere i sintomi, per placare le loro ansie. Io che non avevo la forza di parlare o di rispondere. La spesa consegnata fuori dalla porta, sentirsi un untore. 

Beh proprio proprio non esattamente un mantenere le promesse, vero mio caro 2020.

Però sei stato comunque interessante, in quel periodo, perché mi hai fatto comprendere che quelli che sembrano dover dipendere sempre da te, alla fine si sono ritrovati a non poter contare su di te e se la sono cavata lo stesso. Ecco mi hai fatto capire che non sono completamente indispensabile, forse utile ma anche senza di me la loro vita se la sono arrangiata. 

Mi hai portato a focalizzarmi su di me.

Mi sono data spazi e tempi. Ed allora, nonostante tu continuassi in maniera anomala, io ho trovato grandi risorse interne. Ho studiato, ho letto, riordinato. Mi è piaciuto stare a casa e finalmente rifarla vivere. Mi è piaciuto scoprire che ci sono modi alternativi di comunicare. Certo senza internet   sarebbe stato diverso, però per fortuna quello c’era e quindi via nella realtà altra, quella virtuale.

Poi caro 2020 hai deciso di allentare le maglie e noi ti abbiamo creduto di nuovo, l’estate un po’ più timorosa del solito, pero’ comunque di nuovo tra gli affetti, gli amici e il poter ritrovare un po’ di libertà, sempre un po’ mascherati ma andava bene lo stesso.

Ma tu non hai demorso ed eccoti di nuovo tirare su la testa,  non che prima la avessi abbassata di molto comunque.

E di nuovo LOCK DOWN e di nuovo mascherine e di nuovo Paura. Morte.

E ora ti prendi anche il Natale. 

Come dici?  Che tu non centri? Che la colpa è del virus? Che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità? Che ci siamo comportati in maniera infantile? Che  forse, se fossimo stati più prudenti, il tuo ultimo periodo poteva essere più leggero? Mi sembri  il genitore di figli adolescenti. 

Noi forse abbiamo peccato di speranza, ma tu hai esagerato con le regole e le punizioni. Ma ti ricordo che questa è una storia e come tutte le storie finisce con: e tutti vissero felici e conti. 

O almeno ci proveremo e ce la metteremo tutta. 

Per favore ti chiedo un regalo di Natale grande: non passare le consegne al nuovo anno, digli che te le sei scordate e suggerisci di iniziare il suo nuovo decorso con poche semplici cose. Serenità, leggerezza e salute.

Comunque sia ti saluto caro 2020, perché presto sarai passato e io amo vivere nel qui ed ora.

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